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SPECIALE·Les lieux du Patois


ESPOSIZIONE LES LIEUX DU PATOIS HOTEL DES ETATS AOSTA DAL 5 SETTEMBRE 2010 AL 6 FEBBRAIO 2011

Fotografare una lingua è possibile? 
Il progetto espositivo “Les lieux du patois” si concentra su luoghi materiali e immateriali, storie, volti, eventi, emozioni, cogliendo in ogni scatto l’anima del momento vissuto, raccontando alcune delle mille sfaccettature del patois. La lingua del cuore dei valdostani continua a tramandarsi con dinamiche diverse dal passato. Questo progetto fotografico ha seguito due filoni principali: il primo tocca una dimensione privata attraverso la scelta di alcune storie che testimoniano la trasmissione della lingua in ambito familiare da una parte, veicolo naturale e principale di mantenimento del francoprovenzale, e la sua acquisizione dall’altra attraverso percorsi di apprendimento ormai consolidati. Accanto a momenti ormai noti di festa e celebrazione, si affiancano storie e scelte personali che incarnano quelli che definiamo “nuovi patoisants”, cioè persone che con motivazioni diverse hanno deciso di imparare il patois, di avvicinarsi a questa inizialmente “incomprensibile lingua”, facendola propria. 
Si tratta di contesti meno evidenti, più intimi, non solo quelli che ci aspetteremmo di incrociare in una mostra come questa, forse traditi dal titolo della stessa. Diversi luoghi e dimensioni sono stati, di fatto, nel tempo indagati attraverso esposizioni o progetti. Per questo motivo si è cercato di gettare un occhio diverso sul patois attraverso prospettive nuove. Chi nasce patoisant vive il francoprovenzale in modo del tutto naturale perché tale è la lingua madre di ogni individuo, naturale come respirare o bere un bicchiere d’acqua, la si sente parlare da piccoli, la si acquisisce facendola propria. Questo passaggio nel tempo ha perso tuttavia il suo impulso naturale, restringendo sempre più il bacino linguistico. Dal punto di vista territoriale la Valle d’Aosta rimane l’ultimo baluardo di questa lingua, ancora viva e parte integrante del paesaggio sonoro. E non solo… Chi decide di imparare e fare propria una lingua nuova, e in questo caso una lingua allo stato dialettale, fa una scelta consapevole e forte di appartenenza a un territorio, a una tradizione, a una cultura, è uno sposalizio vero e proprio. L’acquisizione della lingua, determina il cambiamento di un individuo e la sua scelta culturale: “Noi siamo animali incompleti o non finiti che si completano e rifiniscono attraverso la cultura – e non attraverso la cultura in genere, ma attraverso forme di cultura estremamente particolari” (Clifford Geertz 1987 – Interpretazione di culture).
Perché si decide di imparare il patois oggi? Per immergersi e comunicare con una terra, con la sua gente, con il suo passato e con il suo presente, è il bisogno di autenticità, è la necessità d’integrazione e di condivisione. Memoria, amore, arricchimento culturale, senso di appartenenza, gratitudine, racchiudono le spinte emotive che continuano ad avvicinare al patois giovani e meno giovani. Le occasioni e le possibilità di imparare la lingua non mancano: si comincia a scuola, fin dalla tenera età, con i lavori per il Concours Cerlogne, si prosegue con la Civilisation Valdôtaine nelle classi elementari, medie e superiori, per arrivare infine ai corsi dell’École populaire de patois e ai Bains de Langue rivolti agli adulti. Il “dietro le quinte” generale ci fa cogliere in modo nuovo un quadro linguistico che diventa costruzione lenta e consapevole di un’identità oltre che contribuire al mantenimento di una cultura. 
Fotografare il patois significa fotografare le sue genti, perché lì risiede l’essenza di una lingua, nell’incontro, nel dialogo, nella condivisione di un momento, di una situazione, qualsiasi essa sia. Il patois è in quell’istante, è presente, è un fatto. In questo caso la foto diventa specchio di una memoria e di un’identità, di un’appartenenza che si va costruendo e rafforzando. Il patois prende così forma nei luoghi di lavoro, dalla bottega di Giangiuseppe Barmasse che passa un’arte al figlio, all’alpeggio dove Titti ama vivere in estate, nella microcomunità dove presta il proprio servizio Patrizia Lino, in tribunale dove opera Carlo Maria Garbellotto, nelle scuole, nei luoghi di formazione e durante gli eventi che rendono protagonista la lingua stessa, compresi quei bacini da sempre colonna portante del francoprovenzale: il teatro, l’artigianato e lo sport popolare. Il patois è qui colto nelle sue diverse sfaccettature e svelato, fatto vedere mentre rafforza le sue radici e mentre assume nuova forma, cambiando continuamente volto, da quello sorridente del bambino che gioca a quello attempato di chi, una volta in pensione, trova tempo per imparare la lingua che ha incrociato per anni ma che non ha avuto tempo di fare propria. La fotografia di Andrea Alborno ci educa a cogliere tutto questo, a “cogliere l’attimo”, in questo caso quel francoprovenzale che vuole mantenere le sue declinazioni e che lo fa pian piano abbracciando chi si avvicina. La fotografia deve così saper cogliere la vita di sorpresa e le immagini devono fermare gli istanti in cui il mondo muta e va avanti, in una precisa organizzazione delle forme densa di significato. 
Teatro, artigianato e sport popolare sono i tre bacini che meglio conservano e mantengono oggi come in passato il patois. Il teatro popolare valdostano, ha saputo nel tempo salvaguardare il patois in tutta la sua varietà e spontaneità, grazie alle numerose compagnie che sono nate sul territorio e alla passione e affezione di un pubblico sempre crescente. Il Printemps Théâtral, la manifestazione in capo alla Fédérachòn Valdoténa Téatro Populéro, oggi abbraccia ventidue compagnie, che testimoniano l’importanza, la ricchezza e l’attaccamento dei valdostani alle loro radici e alla loro storia. Sul palco si parla patois, nel retroscena non sempre. Per molti giovani la recitazione e il copione sono l’ultima ancora alla lingua dei padri, a volte imparata a memoria. Fuori dal palco è tutta un’altra storia. E’ un fenomeno che tocca diverse compagnie teatrali. Il teatro testimonia in questo modo la sua evoluzione e allo stesso tempo la sua vocazione legata alla conservazione della “lenva”. Le immagini di questa esposizione offrono al pubblico tutta l’emozione che si cela dietro il palcoscenico. L’artigianato e lo sport popolare, rappresentato in questo progetto dalla “rebatta”, sono invece due luoghi in cui la lingua madre continua a prosperare. La storia dell’artigiano Giangiuseppe Barmasse e del figlio Florian testimonia il passaggio di saperi, in patois, legati al “savoir faire artigiano”. La dimensione aggregante dello sport popolare è un altro luogo storico di conservazione della lingua. Il paesaggio sonoro di una partita è patoisant, da quando la “rebatta” si alza in aria a quando, dopo un colpo energico, taglia il cielo catalizzando lo sguardo di tutti i presenti, giocatori o pubblico che sia, fino a toccare terra. “Les lieux du patois” è un breve viaggio emozionale, tra volti e situazioni, in cui si riconosce nel patois l’espressione massima di un comune sentire.

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